Un’intervista con gravi conseguenze per Jovanotti

Pubblichiamo in anteprima una parte della lunga intervista che lo scrittore Paolo Giordano ha fatto al cantautore Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Dalle chiacchiere sugli inizi e i ricordi di famiglia ai motivi della scelta di andare a vivere a Cortona, vent’anni fa. Dal primo successo di «È qui la festa?» ai rapporti con la figlia Teresa (per la quale scrisse «Per te»). Fino alle riflessioni sul futuro della musica, sul pop, sulla nuova esperienza voluta dal suo produttore Rick Rubin. Potete leggere l’intervista integrale sul numero 23 di 7 in edicola da venerdì 6 giugno (e fino a giovedì 13) oppure in Pdf sulla Digital Edition del Corriere della Sera.

Saliamo in cima ai pochi filari di vigna e da lì Lorenzo indica il ciliegio: «Mi hanno detto che andrebbe tagliato, ma io non me la sento. Da bambino venivo a rubare le ciliegie, scavalcavo il muro lì, vedi?». La pianura toscana si estende fino a un orizzonte di foschia. Ecco la casa di Cortona in cui Lorenzo vive, o meglio «fa base», da quasi vent’anni, una casa che mi sembrava di aver visto senza averla mai vista. «Teresa è arrivata appena ci siamo trasferiti, forse l’abbiamo concepita la prima notte qui». Per un po’ restiamo incantati a guardare il robottino tagliaerba che si sta occupando in solitudine dell’ultima porzione di prato. «La sera va a ritirarsi sotto il capanno. È incredibile. All’inizio i cani erano sospettosi, ma adesso lo ignorano».
Al pianterreno, all’ingresso dello studio di registrazione, è appesa una cartina dell’Italia, di quelle che una volta si trovavano in ogni aula delle elementari. I Post-It segnalano le spiagge del Jova Beach Party, distribuite con equilibrio lungo tutta la costa, solo la Sicilia è sguarnita. «Non siamo riusciti a trovare un posto adatto», commenta Lorenzo dispiaciuto. Da scommessa giocosa, il tour delle spiagge si è rivelato più complicato del previsto, ha trascinato anche qualche polemica. Ma si vede che Lorenzo è impaziente di cominciare. Sul mixer sono appoggiati i rendering del palco: una scenografia fricchettona, perfetta per una festa d’estate. Che spiaggia in Liguria?, gli chiedo. «Albenga. Pensa che ci ho fatto il Car».

Per qualche strano fenomeno gravitazionale, nelle due ore successive torneremo in continuazione sulla sua infanzia. E, per la stessa ragione misteriosa, ci troviamo adesso a parlare di com’era l’erotismo in quegli anni.
«Il mio babbo portava a casa questi settimanali in cui c’erano le prime donne nude, mischiate alla politica e a tutto il resto. Be’, erano delle presenze… conturbanti. Anche se all’epoca non le vivevo così, ero un ragazzino, mi sembravano proprio spinte. Credo che avesse a che fare con le nostre mamme, mamme di un’altra epoca, di un altro mondo, mentre quelle ragazze, Gloria Guida, Ornella Muti, erano intraprendenti e sfacciate. Devastanti».

Si potrebbe azzardare un parallelo facile con la musica: le canzoni, tutte, a portata di clic.
«Per me è un pensiero fisso capire cosa sta cambiando nella musica. Uno potrebbe rispondere: non sta cambiando nulla, le canzoni belle si fanno comunque strada, il numero di quelle che rimangono è lo stesso, solo il rumore di fondo si è alzato… ma non è così. È arrivata una grande inondazione, e le inondazioni cambiano il paesaggio. Come devo stare io dentro questo nuovo paesaggio musicale?».

Se dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere il risultato, direi che «Oh, vita!» è un album “nudo”. Ti sei spogliato tu o ti ha spogliato Rubin?
«Lui, lui. Non gliene fregava niente di chi fossi, di tutte le aspettative che potevo avere attorno: a lui interessavano quel disco e quelle canzoni, voleva portarne fuori l’essenza, ottenere il massimo col minimo. È stato un percorso difficile, anche violento, perché io ho un’anima pop, un amore sincero per le canzonette…».

Continuate a leggere l’intervista su 7 in edicola da venerdì 6 giugno oppure in Pdf sulla Digital Edition del Corriere della Sera

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